Insolite ricette per diversi immaginari

La zuppa di KafkaSe le ricette fossero un genere letterario (una poesia, un romanzo, un racconto…) come le avrebbero scritte autori del calibro di Virginia Woolf, Thomas Mann, Harold Pinter, Marcel Proust, Gabriel García Márquez o Irvine Welsh?
Un fotografo, Mark Crick, ha provato a rispondere e il risultato è un libretto davvero carino, La zuppa di Kafka: storia della letteratura mondiale dalle origini ad oggi, in sedici ricette 🙂
In sostanza… il libro perfetto per me bibliocuoca tutta matta!!
Un vero ricettario trasformate dalla mano di questi grandi scrittori, e il risultato è qualcosa di davvero curioso e divertente; la dimostrazione del fatto che una ricetta non è soltanto un insieme di istruzioni per realizzare pasta e prelibatezze, quanto piuttosto una narrazione che porta con sé le traccie, le esperienze, le qualità di chi la racconta; un pò come se si trattasse di una fiaba o di un film (da Il giornale del cibo)
Se vi piace l’agnello, la ricetta alla Chandler è l’ideale per voi 😉

Agnello in salsa di aneto alla maniera di Raymond Chandler

1 cosciotto magro d’agnello dal 1 kg circa, tagliato a grossi pezzi
1 cipolla a fettine
1 carora tagliata a julienne
1 cucchiaio di semi di aneto tritati o 3-4 rametti di aneto fresco
1 foglia di alloro
12 grani di pepe
850 ml di brodo di pollo
50 gr di burro
1 cucchiaio di farina
1 tuorlo
3 cucchiai di panna
2 cucchiaini di succo di limone
Pepe nero appena macinato

Buttai giù un sorso del mio whisky sour, spensi la sigaretta schiacciandola sul tagliere e osservai una cimice che arrancava per uscire dal lavandino. Avrei avuto bisogno di un tavolo da Maxim, cento verdoni e una bionda da mozzare il fiato. Ma avevo solo un cosciotto d’agnello, e nessun indizio per capire cosa farmene. Afferrai la carne. Era fredda e umidiccia come la stretta di una mano di un coroner. Tirai fuori il coltello e la tagliai a grossi pezzi. Sentire la lama nella mano mi fece venire voglia di affettare una cipolla, e prima che mi rendessi conto di quello che stavo facendo una carota era stesa a listelle sul ripiano della cucina. Non si mossero. Gettai il tutto in una pentola insieme a qualche rametto di aneto, una foglia di alloro, una manciata di pepe in grani e una presa di sale. Cominciavano a riaversi, allora versai il brodo di pollo e alzai un po’ il fuoco. Volevo cuocerli lentamente, il più lentamente possibile. Dopo novanta minuti e mezza pinta di bourbon non erano più tanto duri, e neanch’io. Separai la carne dalla verdura, poi ci piazzai sopra il coperchio per trattenere il vapore. Avevo ancora il coltello in mano, ma non si sentivano le sirene.
In questa città l’untume arriva sempre in alto, così filtrai il sugo per schiumare il grasso. Versai un po’ d’acqua e misi un’altra volta la pentola sul fuoco. Era venuto il momento di affrontare il burro e la farina. Li rigirai per bene, li ridussi in una pappa, che rovesciai nel brodo. Il frullino non ce l’avevo, allora usai il manganello per far fuori i grumi finchè quella dannata pappetta fu perfettamente amalgamata. Iniziava a bollire, e decisi di lasciarla tranquilla per un paio di minuti.
Montai il tuorlo dell’uovo e la panna, li mescolai don un po’ di salsa, versai di nuovo il tutto nella pentola. Cominciai a torchiare il limone, e non ci volle molto perché sputasse quello che doveva sputare. Era facile, maledettamente facile, ma sapevo che se avessi lasciato la salsa bollire ancora il tuorlo d’uovo sarebbe diventato una frittata.
Oramai ero pronto per versarla sulla carne e servire, ma non avevo fame. La bionda non si era fatta vedere. Era più tosta di quanto pensassi. Andai fuori ad intossicarmi di sigarette e bourbon.

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