La “Steve Jobs” che è in me!

Nuova settimana di lavoro, tanti impegni da sviluppare, pianificare e sbrogliare e allora ecco che nella mia “pazza” testolina scatta la voglia di trasformarmi in Steve Jobs!
Si, si! Avete letto bene! proprio lui! Il genio della meletta morsicata!
Riuscire ad avere le sue stesse capacità comunicative, riuscire a convincere, a trasmettere interesse, a catturare l’attenzione delle persone con cui parlo. Anche se non devo vendere qualcosa, farsi capire e trasmettere entusiasmo penso sia una dote fantastica. Una dote che il top manager della Apple sfoggia non solo durante le presentazioni di nuovi prodotti (avete visto la presentazione del nuovo iPad2? E’ affascinante! Un evento semplice ma magnetico allo stesso tempo, capace di per far colpo sul grande pubblico, anche quello molto lontano dal mondo dell’informatica), senza però trascurare i piccoli o grandi rinnovamenti, per avere sempre qualcosa di fresco da proporre sul mercato.
Che dire poi delle sue  “lezioni di vita”, come il discorso per la consegna dei diplomi alla Stanford University di Palo Alto, nel 12 giugno 2005?

Che sia una sua dote naturale?

Io sono convinta di no, o almeno non è soltanto questo! Si tratta piuttosto di un mix di tre qualità, che nel mia mia vita lavorativa non possono mai mancare: passione, strategia e impegno.

1. Passione

Tutti noi abbiamo una passione che ci guida e che ci rende la vita più gustosa. Spesso si tratta di una attività a cui dedichiamo tanto tempo eppure, quando siamo lì tutti immersi in questo impegno, le ore passano in un lampo. A riguardo, Steve Jobs suggerisce: “Dovete trovare quello che amate. Il lavoro occuperà una parte importante della vostra vita e l’unico modo per essere davvero soddisfatti è fare quello che credete sia uno splendido lavoro. E l’unico modo per fare uno splendido lavoro è amare quello che fate. Se ancora non l’avete trovato, continuate a cercare. Non accontentatevi.”
E io c’è l’ho!!! Essere una bibliotecaria! La gratificazione che provo quando tratto un argomento che mi appassiona con i miei utenti, quando riesco a condividere le mie emozioni con chi mi ascolta…. perché quando si ha passione, si ha energia!!

2. Strategia

Avere passione è già un ottimo punto di partenza ma non è tutto. Quante volte vi è capitato di sentire un vostro amico parlare della sua più grande passione e di provare una noia pazzesca? Succede. E’ facile lasciarsi andare, parlare più a se stessi che agli altri, perdersi in divagazioni e non suscitare interesse.
Anche la biblioteca più bella o il libro più affascinante sarebbe inutile senza un valido promotore, che sappia scuoterti nelle emozioni. E allora eccole lì le emozioni dei miei utenti: sapere che in città c’è un luogo che ti “nutre la mente” gratuitamente, che ti fa sentire un “esploratore” tra gli scaffali e all’improvviso, ti organizza “un’incontro al buio” con la serendipità (come scrisse nel 1976  Julius H. Comroe: “Serendipity is looking in a haystack for a needle and discovering a farmer’s daughter – la serendipità è cercare un ago in un pagliaio e trovarci la figlia del contadino” ).

3. Impegno

Steve Jobs è un abile uomo di spettacolo e in scena appare a proprio agio, sicuro di sé e molto spontaneo. Sarà una dote naturale che gli riesce semplicemente improvvisando? No, non è soltanto questo. In realtà, riesce a creare delle presentazioni così informali soltanto dopo tantissime prove.
Nessuno è “nato imparato”. Steve Jobs è uno straordinario oratore perché lavora a lungo per esserlo, mettendoci un grande impegno! E allora….forza Lumachino c’è un mondo da coinvolgere, perché solo “la cultura rende un popolo facile da guidare, ma difficile da trascinare; facile da governare, ma impossibile a ridursi in schiavitù” (Henry Brougham)

Si vede che mi sono letta da poco Essere Steve Jobs? 😀 Forse non riuscirò ad avere lo stesso carisma ma … con parecchio impegno … visto mai? 😉

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12 Pensieri su &Idquo;La “Steve Jobs” che è in me!

  1. Bene, bene, bene, siamo arrivati.Un giorno si esalta indignati Stephane Hessel, ex partigiano, teorico antiglobalizzazione lucido analizzatore del ruolo decisivo delle banche nel processo di impoverimento collettivo, un altro giorno si vorrebbe essere il suo esatto opposto:lo squalo Steve Jobs, che ha utilizzato si la sua capacità manageriale e di comunicazione ma per costruire un impero , la Apple, fondato sullo sfruttamento sistematico di migliaia di persone in particolare nelle produzione degli iPod fatti in Cina nello stabilimento di Longuha dove i lavoratori (in maggioranza donne) lavorano 15 ore al giorno per 40 euro al mese.
    >>Ovviamente è con tutta probabilità un bastardo che spreme i suoi collaboratori fino allo stremo, infondendo loro una sincera fede nella sua opera, ma ha anche l’occhio e l’intelligenza per decidere quali siano le idee (non sue) che funzionino meglio sul mercato.Però è e rimane un venditore di elettrodomestici.Carini, ma elettrodomestici.Non dimenticatelo, non vi vuole bene, vuole i vostri soldi.L’altro era Gesù>> Tratto da :A naked wiew, la realtà senza fregature.
    I libri, le idee, non sono merce da piazzare, ma devono essere per un popolo strumento di liberazione da qualsiasi forma di sfruttamento.Hee… si , caro lumachino ho l’impressione che ogni giorno che passa le tue idee si facciano sempre più confuse.

    • Io non sono né confusa né bipolare né infantile né qualsicosa tu creda! Non ho incitato nessuno a “sposare” Apple o qualsiasi altro sistema societario. Dico solo che forse nel panorama odierno la cultura ha bisogno anche di questo! Se Tremonti dice “La cultura non sfama” o “Delle spiagge non me ne frega niente” forse bisogna mettersi sotto e dimostrare in tutti modi al mondo che è il contrario! Saranno parole banali ma sono i miei pensieri!

    • Io invece apprezzo moltissimo la Passione, la Strategia e l’Impegno di Steve Jobs perche’ ritrovo tutte queste qualita’ nei prodotti Apple che uso quotidianamente e che, effettivamente, mi semplificano la vita.

      Inoltre, caro Maddox, ma nello scrivere i tuoi commenti, stai forse utilizzando un computer, un tablet o un telefono made in Italy? E dove pensi che l’abbiano costruito? Nella fabbrichetta sotto casa, climatizzata, lavorando 4-6 ore al giorno? Ma daaaai!!!

      Certo, lo sfruttamento dei lavoratori nelle zone piu’ povere del mondo e’ un bel problema che pero’ non si risolve criminalizzando singolarmente la Apple, la Sony, la Nike … ecc.

      A riguardo c’e’ un bellissimo articolo di Joel Johnson su Wired.it

      http://mag.wired.it/rivista/storie/2011/04/29/gadget-senz-anima-dal-magazine.html

      Bye, bye!! 🙂

  2. ah, carissima tesora mia, ti voglio ringraziare (altre volte te l’ho detto) per come sempre sei speciale in tutto, cogli, delle cose, il meglio. e vorrei dirti che resto sempre affascinata dalla tua competenza. sul lavoro per esempio sei così appassionata, interessata a tutto… preparatissima. sai che dai davvero il meglio, sempre, di te? e riesci a trasmettere lo stimolo, capisci? lo stimolo a “muoversi”… eh, mia cara, non è da tutti…
    see you tomorrow,
    sere

  3. Mmmm….non credevo di sollevare tutto questo vespaio di
    polemiche, pertanto è necessario fare alcune precisazioni:
    1°- Io non ho nessuna contrarietà all’uso della tecnologia e/o del computer e di tutti i suoi derivati, quando, appunto, tutto questo serva a migliorare le condizioni di vita di tutti noi.
    2°- Non intendevo criminalizzare qualcuno in particolare, ma mettevo e metto il discussione un modello economico come quello attuale della globalizzazione ( di cui Steve jobs fa parte, con tanti altri, a pieno titolo) che tende a produrre sfruttamento, disoccupazione, precarietà, bassi salari, per la maggioranza della popolazione e al contrario a produrre una spropositata ricchezza per una minoranza sempre più esigua di persone e questo non più solo nel terzo mondo ma anche qui da noi nel “grasso occidente” e questo non è un problema, ma il problema centrale di questa fase storica che stiamo attraversando.Pertanto ,di conseguenza ,trovavo singolare la presa di posizione di Lumachino che solo qualche giorno prima ,attraverso le parole di Stephane Hessel dichiarava la sua “indignazione senza pari” per questo stato di cose, salvo, poco dopo prendere ad esempio Steve Jobs uno tra i tanti responsabili di questa situazione e di conseguenza,una delle cause della sua indignazione.
    3°-L’ ultima obbiezione che intendevo fare a Lumachino era riguardo alla sua idea della necessità di prendere a modello i metodi manageriali, la strategia produttivistica di Jobs e spostarla anche al mondo della cultura. A mio parere ,per tutto quello detto al punto due, niente ci sarebbe di più devastante di questa ipotesi.La cultura, le biblioteche pubbliche, come mi sembra sia anche la San Giorgio,sarebbero svuotate, esautorate del loro principale ruolo:mettere a disposizione gratuitamente e per tutti il sapere, si chiuderebbe la possibilità che proprio la cultura sia un ulteriore occasione di creare nuovi posti di lavoro ( proprio come vorrebbe Tremonti)attraverso un ulteriore sfruttamento e razionalizzazione del personale esistente, l’introduzione crescente di nuove forme di “lavoro” a costo zero come il volontariato, l’eventuale esternalizzazione ( cooperative a basso costo)di alcuni servizi. Ma L’abilità indiscussa di uno come Jobs, Lumachino, stà proprio nel convincere il prossimo dell’esatto contrario.E queste cose non sono frutto della mia fantasia ma purtroppo accadono già ,anche senza Jobs ,in molte realtà del pubblico impiego.

  4. Ci sono battaglie che neanche un genio può vincere.

    Ma gli insegnamenti di certi Maestri vivranno per sempre.

    One more thing: thanks Steve Jobs.

    • iFu. L’ambivalenza rimossa di Steve Jobs

      Diradatasi parzialmente la cortina di incenso attorno alla morte di Steve Jobs, ed il cordoglio unanime ed ovattato, occorre fermarsi a riflettere criticamente sulla sua parabola e sul suo lascito nel nostro presente, e trarne le opportune lezioni.

      Steve Jobs è stato un capitalista nell’accezione più classica di questo termine: ha saputo appropriarsi della ricchezza creativa della controcultura e della cooperazione degli anni ’70 ed ’80 statunitensi e servirsene per creare e veicolare bisogni e tendenze di mercato. Destreggiandosi, con abilità da riconoscere, tra cyber-èlite e masse, contribuendo alla perdita d’aureola delle prime ed alla messa a lavoro generalizzata dell’intelligenza delle seconde, tramite interfacce sempre più semplificate.

      In particolare, l’attraversamento della scena dell’Homebrew Computer Club, fucina di numi dell’ICT da Richard Stallman a Lee Felsenstein è stata un prerequisito indispensabile per Jobs per agire pienamente nella successiva fase di socializzazione del web. Molti attacchi vengono rivolti a Steve Jobs da parte del mondo hacker, che lo accusa di aver svenduto al grande business l’innocenza della comunità amatoriale – profittando egli stesso del decisivo apporto tecnico del cofondatore di Apple Steve Wozniak.

      Il che è vero, tanto più inserendosi in un graduale e generalizzato processo di cattura e massificazione del desiderio degli informatici presso il grande pubblico che porterà al declino dell’autonomia dei cosiddetti cybersoviet.

      Ma ci si deve anche chiedere: si potevano socializzare diversamente queste spinte? Cosa ha portato a non farlo?

      Per ironia della sorte, il gran ritorno di Jobs alla guida di Apple avviene a fine anni ’90, in concomitanza con l’ascesa dell’open source come strategia di sviluppo e commercializzazione del software libero; un processo storico che non lascia indifferente l’uomo di Cupertino, come prova l’implementazione di Mac OS X. Ma mentre l’open source facilita la circolazione del codice – pur certamente in maniera interessata ed ambigua – la nuova Apple con l’avvento dei nuovi device di consumo di beni digitali fa presto a trincerarsi nell’approccio closed. IPod, iPhone, iPad: basta una lettera, quella “i” davanti, per conferire alla particolarità (l’individualismo, il prodotto personale e ricercato) un’identità e una dimensione collettiva.

      Identità e dimensione collettiva soggette alle istituzioni telematiche made in Cupertino: iTunes, AppStore, iCloud. “Giardini recintati” in cui giacciono, prigionieri e commercializzati, quei beni digitali che in precedenza si reperivano attraverso i canali del peer-to-peer, su cui transitavano liberamente.

      L’aura di Steve Jobs deriva anche da questo: dalla capacità di ricontestualizzare la “chiusura” come “esclusività”; e dallo spostare il baricentro dell’attenzione attorno ad un nuovo gadget chiuso dalla “paranoia” del produttore alla “curiosità” del consumatore. Il logo della mela è così diventato un catalizzatore di emozioni positive, ed apporlo a nuovi dispositivi ha reso possibile il boom di implementazioni capitaliste inizialmente di nicchia (il mercato dei tablet poi egemonizzato da iPad) o passate nell’indifferenza – se non diffidenza – generale (iCloud)

      Con questo non vogliamo fermarci a ripetere “si, ma lui quell’invenzione l’ha copiata da qualcun’altro” (ovvio, se si pensa all’adozione da parte di Jobs di interfacce e tecnologie sviluppate dalla Xerox: abbiamo però sempre dato per scontato che la produzione di innovazione sia un processo collettivo, in quanto innervato da molteplici relazioni ed influenze), ma sottolineare come la socializzazione dell’innovazione da parte (e di parte) di Apple sia stata veicolata da una straordinaria capacità di torsione del presente, insita nel potere messianico del suo fondatore. Che si struttura a partire da una forte organizzazione della comunicazione: leadership (accentramento delle responsabilità interne di Apple sullo stesso Jobs), marketing (utenza Apple come status symbol), estetica (design e simbolismo), tutti interrelati nella costruzione spettacolare di eventi di massa come i keynote.

      Così viene valorizzata a posteriori la ridondanza dell’innovazione (dell’interfaccia grafica alla Xerox non sapevano che farsene), i difetti dell’Iphone passano in secondo piano (attaccando quelli degli altri smartphone) o diventano motivanti sfide di hacking, gli operai-schiavi cinesi della Foxconn spariscono, il greenwashing partito al momento giusto accontenta le sensibilità ambientaliste. Non è facile per le voci critiche decostruire questi passaggi: ad esempio Phonestory, un edugame di Molleindustria per Iphone ed Android che illustrava il ciclo di produzione degli smartphone e le loro funzionalità di tracciamento, è stato rimosso dall’Apple Store senza preavviso.

      Ma il traguardo più compiuto di Steve Jobs è stato quello di aver creato il primo vero brand emozionale dell’età dell’informazione attorno alla propria creatura, per spingerla inesorabilmente al centro del mercato: fino a diventare la prima azienda hi-tech al mondo per quotazione di borsa nel 2010. In maniera non dissimile da quanto realizzato da Henry Ford in epoca industriale.

      Tutto a partire dallo spot del Macintosh del 1984, lanciato durante uno dei picchi più intensi della guerra fredda, in cui non si pretendeva di vendere un prodotto, ma la libertà dal grande fratello del consumo di massa. Il fatto che il culto della personalità di Jobs, e la sua concezione del mercato abbiano creato rapporti di forza altrettanto coercitivi è passata in secondo piano, perché intanto i clienti si sono trasformati in fan, gli oculati compratori in eccitati zeloti. Ed il fatto che l’operazione sia riuscita legando le emozioni ed i cervelli dei lavoratori della conoscenza alle macchine made in Apple – con la collaudata miscela di persistente ed effimero, design e spettacolo sopra descritta – non potrebbe essere più esplicativo.

      Un modello di business da un lato rivoluzionario, dall’altro profondamente votato alla salvaguardia dell’esistente: che ha posto fine a qualunque pretesa di anarchia ed universalità della rete, tramite l’imposizione di rapporti economici mediati negli spazi angusti dei “giardini recintati”. Non è un caso che in queste ore la scomparsa di Jobs venga commentata da tante voci della grande industria discografica ed editoriale. Salvate dal tracollo, quando non confermate nei loro ruoli di potenti intermediari, grazie agli accordi stipulati a peso d’oro con la casa di Cupertino. Per tacere della canonizzazione in mondovisione del leader di Apple da parte di una classe politica cianotica, e incapace di esercitare lo stesso potere messianico sui propri subalterni in tensione.

      Più importante che elencare gli elogi di lassù è mettersi in ascoltato delle voci dal basso, anche quando traboccanti di falsa coscienza. I necrologi dei fanboy più accaniti hanno ad esempio paragonato l’importanza della mela di Jobs a quella di Newton e al frutto proibito dell’Eden. Noi possiamo scorgere in questi slanci il riflesso di un’estetica della conoscenza e della morte, dal cambiamento della percezione del mondo alla consapevolezza della dipartita. Lo stesso fondatore di Apple allude nel celebre discorso di Stanford alla funzione della morte quale tramite di motivazione (rispetto al tempo individuale) e rinnovamento (rispetto al tempo universale). Un costrutto emotivo e simbolico potentissimo. Piegato in queste ore, tramite media tradizionali (tra cui le copertine patinate di Wired e dell’Economist) e rete internet, alla celebrazione, consacrazione e riproduzione del simulacro del self made man Steve Jobs. E con esso la perpetuazione del sogno americano, dell’ideologia californiana, dell’individualismo proprietario che ad esso sottendono.

      In questo senso la scomparsa del CEO di Apple non è, semplicemente e cinicamente, “l’ultima grande campagna promozionale di Apple”, come alcuni l’hanno definita: bensì quella di un intero modello economico, culturale e relazionale.

      E’ questa la sfida. Il capitalismo informazionale perde oggi uno dei suoi esponenti di punta, un grande persuasore e un abilissimo manipolatore di senso comune attorno alla qualità dei rapporti di produzione e consumo odierni.

      Demistificare Jobs sottolineandone l’ambivalenza: è il primo passo per portare alla ribalta la brutalità dei rapporti economici del mondo che ha contribuito a creare. E stavolta, il turno di mordere la mela della conoscenza collettiva è il nostro.

      InfoFreeFlow (@infofreeflow) per Infoaut

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